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Invito alla lettura: “Padri e Figli” di Turgenev – cap.18

aprile 17, 2013

Il giorno appresso, quando la signora Odincòva comparve
alla tavola del tè, Bazàrov stette a lungo col capo
chino sulla tazza, poi, ad un tratto, alzò gli occhi verso                                             di lei…. Ella si volse come se avesse ricevuto
un urto. Pareva che la notte l’avesse fatta impallidire. Si
ritirò subito in camera sua e non ricomparve che a colazione.
Fin dal mattino il tempo era piovoso nè consentiva
l’andare a spasso. Tutta la compagnia si raccolse nel salottino.
Arkàdij prese l’ultimo numero d’un giornale e si
mise a leggere. La principessa, secondo il suo solito, se
ne mostrò sulle prime sbalordita come in cospetto della
più solenne sconvenienza, poi lo fissò con occhio torvo,
ma egli non le prestò la minima attenzione.
– Signor Bazàrov, – disse Anna Odincòva, – venite in
camera mia…. Ho da domandarvi…. Mi avete indicato
ieri, se non sbaglio, un manuale….
Si alzò e si diresse alla porta. La principessa si guardò
intorno con una espressione che pareva dire: «Guardate,
guardate come sono stupefatta!» Fissò di nuovo Arkàdij, ma
questi alzò la voce, scambiò un’occhiata con Kàtja
che gli sedeva vicino, e seguitò a leggere.
La signora Odincòva con rapidi passi raggiunse la sua stanza.
Bazàrov la seguì, senza alzar gli occhi e solo prestando
ascolto al lieve fruscìo della veste di seta che gli strisciava davanti.
Lei si abbandonò nella poltrona della sera precedente,
l’altro riprese lo stesso posto.
– Che titolo aveva dunque, quel libro? – domandò ella
dopo un momento di silenzio.
– Pelouse et Frèmy, «Notions générales», – rispose Bazàrov.
– Potete anche leggere con profitto Ganot, «Traité
élémentaire de physique expérimentale ». I disegni
sono più precisi e questo manuale, parlando in genere….
– Scusatemi, – lo interruppe Anna alzando la mano: –
ma se vi ho invitato qui, non è già per discorrere di manuali.
Volevo riprendere la conversazione di ieri sera. Ve
n’andaste con tanta furia…. Non vi annoierete, spero?
– Sono agli ordini vostri. Ma di che si parlava ieri sera?
La signora Odincòva lo guardò di sottecchi.
– Si discorreva, mi pare, della felicità. Io vi parlavo di
me. Ma, a proposito di felicità, ditemi un po’ voi perchè
mai, anche quando godiamo della musica, d’una bella
serata, d’una conversazione con persone simpatiche,
perchè mai codesto godimento ci pare piuttosto un’allusione
a non so che illimitata felicità esistente chissà dove, piuttosto che una felicità reale, cioè che noi stessi possediamo? Perchè questo? O forse voi non sentite allo stesso modo?
– conoscete il proverbio: «Solo là si sta bene dove non si
sta», – rispose Bazàrov. – Del resto, voi stessa mi avete
confessato ieri sera di essere insoddisfatta. A me tali
pensieri non mi vengono in testa.
– Vi sembrano forse ridicoli?
– No, ma non mi son mai venuti.
– Davvero?… Vorrei proprio sapere a che cosa pensate, “voi”.
– Io? Non vi capisco.
– Sentite: era da tanto che desideravo avere
un chiarimento da parte vostra. Non serve dirvi che non siete un
uomo comune; lo sapete: siete giovane, avete
tutto l’avvenire innanzi. A che vi preparate? quale futuro vi attende? che vi aspetta?…. che scopo, voglio dire, volete raggiungere? dove andate, che avete nell’animo? in una parola,
chi siete e.. cosa siete?
– Voi mi sorprendete, signora! Sapete bene che mi occupo
di scienze naturali; e in quanto a me….
, chi siete?
– Vi ho già detto che io sono un futuro medico di campagna.
La signora Odincòva ebbe un moto d’impazienza.
– Perchè parlate così? Voi per primo non credete a quel
che dite. Arkàdij avrebbe potuto rispondermi così, non voi….
– Ma cosa c’entra….
– Smettete! È mai possibile che vi accontentiate di una
così modesta attività? e non avete forse affermato
che non credete alla medicina? Voi, col vostro amor proprio,
medico di campagna! Mi rispondete così per
eludere la mia domanda. Non avete nessuna fiducia in
me. Eppure, sappiatelo, io avrei saputo comprendervi; io
stessa sono stata, come voi, povera e piena di amor proprio;
io ho forse attraversato le stesse prove che vi hanno travagliato.
– Tutto ciò è bellissimo, signora; ma scusatemi, io non
son uso a far confidenze; e poi tra noi c’è una tale
distanza….
– Quale distanza? mi ripeterete che sono un’aristocratica?
Eppure mi sembra di avervi dimostrato….
– E poi, – interruppe Bazàrov, – che bisogno
c’è di pensare e parlare del futuro, che il più delle volte
non dipende da noi? Se si presenterà l’occasione
di far qualche cosa insieme, bene; altrimenti,
per lo meno non avremo parlato inutilmente.
– Date un brutto nome a una conversazione amichevole….
O forse non mi credete degna, nella mia qualità di
donna, della vostra fiducia? Avete di noi una così povera
opinione!
– Di voi no, tutt’altro, lo sapete.
– No, non so niente…. ma ammettiamolo pure. Capisco che
non vogliate parlare del vostro avvenire; ma quel che
accade oggi in voi….
– Quel che accade! – esclamò Bazàrov; – sono forse
un regno o una società?… Ad ogni modo non mi pare
che la cosa sia molto interessante; e poi, credete  che
si possa sempre dire ad alta voce quel che ci accade
dentro?
– E perchè no?… Non vedo perchè non si possa esprimere
tutto quel che si ha nell’anima.
– E voi potete?
– Sì, posso, – rispose dopo un momento di esitazione la signora Odincòva.
Bazàrov chinò il capo.
– Siete più felice di me, – disse.
La signora Odincòva gli rivolse uno sguardo interrogativo.
– Come volete, – rispose – non di meno qualcosa mi
dice che non ci siamo incontrati in vano, e che resteremo
buoni amici. Io son sicura che la vostra…. come posso
dire?… la vostra tensione, il vostro riserbo spariranno
alla fine.
– E voi avete notato in me del riserbo, della…. come
avete detto?… della tensione?
– Sì.
Bazàrov scattò in piedi e andò alla finestra.
– E vorreste sapere il motivo di questo riserbo, voi
vorreste sapere quel che accade dentro di me?
– Sì, – rispose la signora Odincòva con un senso incomprensibile
di paura.
– E non andrete in collera?
– No.
– No? – esclamò Bazàrov rimanendo girato di spalle. –
Ebbene, sappiate che io vi amo scioccamente, follemente….
Ecco. Me l’avete strappato.
La signora Odincòva protese le mani in avanti e Bazàrov
appoggiò la fronte al vetro della finestra. Ansimava;
tremava per tutto il corpo. Ma non era questo il
tremore della timidezza giovanile nè la soave trepidazione
di una prima dichiarazione: era la passione che in
lui si dibatteva, una passione violenta e opprimente, molto
somigliante alla malvagità e forse della sua stessa natura….
La signora Odincòva, ebbe, nello stesso istante terrore e pietà
di lui.
– Signor Bazàrov! – disse, e una involontaria tenerezza
le vibrava nella voce.
Egli si voltò repentino, le gettò uno sguardo affamato, e
afferratele con forza le mani, l’attirò al suo petto.
Lei non si liberò subito da quell’abbraccio; ma, un
momento dopo, stava già lontana in un angolo della stanza, e di là lo guardava…
Egli avanzò….
– Non mi avete capita! – sussurò in fretta per la
paura. Ancora un passo del giovane, e un grido le sarebbe
sfuggito.
Bazàrov si morse le labbra e fuggì.
Mezz’ora dopo la cameriera porgeva alla signora Odincòva
una lettera di Bazàrov. Non conteneva che due sole
righe: «Debbo partire oggi o posso rimanere fino a domani?»
Ella gli rispose subito: «Perchè partire? Io non vi ho compreso;
voi non avete compreso me».
Poi pensò indispettita:
– Io non capisco neppure me stessa.
Non si mostrò che all’ora del pranzo. Chiusa in camera
sua, andava su e giù, con le braccia incrociate, ora fermandosi
presso alla finestra, ora davanti allo specchio.
Si passava lentamente il fazzoletto sul collo, come se vi
sentisse una bruciatura. Domandava a se stessa perchè
mai aveva voluto per forza, secondo l’espressione di
Bazàrov, strappare quella confessione…. Non avrebbe
potuto indovinare qualche cosa di simile?
– Sì, – disse ad alta voce, – sono colpevole, ma non potevo
prevedere tutto questo, non potevo!
Si fece pensierosa e arrossì, ricordandosi l’espressione
quasi selvaggia di Bazàrov, quando le aveva preso le
mani.
– Quindi? – esclamò ad un tratto, arrestandosi e scuotendo
i ricci.
Si guardò nello specchio. La testa un po’ rovesciata indietro
e il misterioso sorriso degli occhi e delle labbra socchiuse parevano dirle in quel momento qualcosa che la turbò.
– No, – pronunciò  in fine recisa. – Dio sa a che porterebbe tutto
questo; non si deve scherzare con certi sentimenti. La
tranquillità è quel che c’è di meglio al mondo.
La sua quiete non era violata. Ella era però un po’
triste e pianse.. non sapeva perchè,
ma non certo perchè si sentisse umiliata. Più che umiliata
si sentiva colpevole. Sotto l’influenza di vari e confusi
sentimenti, della coscienza della vita che sfuggiva, dell’ansia
del nuovo, s’era spinta a poco a poco fino ad
un certo limite; e, gettato uno sguardo oltre, aveva visto
non già un abisso, ma il vuoto…. o una mostruosità.

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