Skip to content

Esercizio n.3

L’INVASORE.

Sono molto vecchio, ora. Vivo solo in questa casa lontana da tutto e da tutti.
Mi sveglio e mi chiedo quanto durerà ancora. Sono sopravvissuto anch’io a qualcosa.
No, non sto parlando della guerra, con tutto il rispetto, ma c’è da raccontare un fatto della giovinezza sfiorita.
Ero un uomo malinconico allora, il matrimonio era affondato, mio figlio viveva lontano e aveva tagliato i ponti; di amici non ne avevo, ma non era una novità e fa parte ancora oggi del mio carattere.
Il vero malessere quando pensavo esattamente il contrario, fu la mancanza di una famiglia, la sopravvivenza che si protraeva in completa assenza di lavoro, la decadenza sociale che non conosceva limiti in attesa della catastrofe definitiva di un mondo destinato alla distruzione.
Fu così che in armonia con tutti i pronostici mi ammalai.
Non mi starò a dilungare sui sintomi, per altro comuni a qualsiasi patologia tumorale, spossatezza, dolori sparsi in tutto il corpo. Aspettai qualche mese d’inferno prima di rivolgermi a un medico, poi cominciai la via crucis degli accertamenti.
Un mattino gelato di gennaio l’ambulanza mi prelevò. Mi intubarono e m’imbottirono di sedativi. Il primo pensiero al risveglio fu di essere diventato matto: non c’era niente che avesse l’apparenza di una stanza di ospedale, il sole filtrava dalle persiane socchiuse, c’era un tavolo con frutta, verdure di stagione, bevande, un computer a muro sensibile agli impulsi dello sguardo e altre stramberie che non mi potevo permettere o che ignoravo del tutto in base ai miei gusti.
Le membra erano libere, non c’erano macchinari né medicinali.
La porta si aprì e comparve un uomo dall’aspetto austero, probabilmente un luminare.
– Gradirei fumare, se possibile.
– Certamente. Provvederemo quanto prima.
– Immagino lei sia il primario.
– Sì.
– Vorrei venire a conoscenza del motivo per cui mi trovo qui e soprattutto perché sono stato letteralmente rapito prima ancora di sapere i risultati delle analisi. Le confesso che il fatto di trovarmi in questo albergo di lusso è del tutto secondario alle domande che mi tormentano.
– In primis vorrei scusarmi con lei in nome di tutta l’azienda sanitaria per il disagio.
Forse nella concitazione degli istanti precedenti al suo arrivo in questo luogo del tutto segreto e introvabile, non si sarà reso conto che l’operazione di trasferimento è avvenuta in stretta collaborazione con l’esercito.
– Ah. Bene. Le faccio presente di essere in possesso del congedo illimitato…
– Non si tratta di questo. Arriverò al punto. Il suo male non è un caso raro, il suo male è unico al mondo, almeno per ora.
– Mi dica.
– Il suo organismo è custode, rifugio, nascondiglio di un estraneo.
– Cancro?
– La dinamica è pressoché identica. Le cellule ammalate creano nuovi tessuti sugli organi sani imbevuti del loro codice genetico maligno, ma l’aspetto è del tutto inedito per le conoscenze a nostra disposizione.
– Sia più chiaro.
– Il male che la sta portando alla morte è…una persona!
– Capisco. Psichiatria. Sapevo che ci sarei arrivato – ma non ero convinto delle mie esternazioni.
– No, non è così. Nel momento in cui visualizzerà i referti avrà modo di riscontrare una morfologia di natura umana presente in ogni metastasi.
I giorni seguenti ebbi modo di confermare le parole del medico, ma non mi levavo dalla testa che si potesse trattare di un esperimento di psicologia.
Non c’era cura mirata, chiaramente. Sentivo l’invasore infiltrarsi dai rigonfiamenti che qua e là indurivano sotto pelle.
Pensai addirittura di essere posseduto, ma non potevo rivolgermi ad altra consulenza, il mio caso era occulto e segregato dal resto del mondo fino a nuovo ordine.
Non avevo grosse pretese, ma tutto era di gran lunga migliore rispetto ai sussidi di disoccupazione. Una volta soddisfatte le necessità soggettive non avevo altri bisogni: l’ambiente esterno era talmente pericoloso che non uscivo da anni.
La situazione peggiorò. Con un comunicato scritto venni a sapere che le mie condizioni erano di gravità irreversibile e, con il terrore ormai protagonista del mio soggiorno agli sgoccioli, in qualche modo mi preparai a morire.
Un mattino all’alba non fui in grado di svegliarmi. Il male era forte al punto di levarmi il fiato, la mente, per nulla rassegnata, si dibatteva con occhi spalancati. Chi era questo essere dalle fattezze antropologiche dentro me? L’invasore: silenzioso, solitario, padrone di una terra senza speranza.
Con tutto ciò che la mente può cercai una risposta. Non riuscii ad ottenerla, finchè il respiro non si fece rantolo e la pupilla non riprese per inerzia, in un ultimo affamato, ingordo spasmodico desiderio di luce, oltre la foschia dei sensi.
Dopo tutto vi chiederete perché sono qui a testimoniare. L’invasore vinse la battaglia, ma non portò i suoi costumi in ambiente straniero, bensì s’adattò alla cultura della razza autoctona.
In seguito al caso numero uno tutto l’occidente fu straziato dal morbo.
Naturalmente molti non riuscirono a sopravvivere.
Questa fu la guerra tre, e certo fece meno vittime delle precedenti.
Una nuova stirpe si fece pandemia lottando non sul campo, non corpo a corpo, non con tutte le tecnologie concepite fino ad allora per destabilizzare terra, acqua ed aria, ma dentro ai visceri dell’etnia in declino.
Sono sempre io, ma il pianeta orbita in un sistema esistenziale diverso.
Non c’è posto per due anime nello stesso corpo.
E’ sufficiente spirare per essere altro. Il vento è cambiato.
E cambierà.
L’unico difetto è l’impotenza di chi o cosa a mutare l’uomo.

Jesus

Esercizio n.2

LE DISPIACE SE DORMO ANCORA UN POCO?

Ero seduto da pochi minuti che già avevo bisogno di camminare.
Attraversai il corridoio con il fetore del sonno che mi saltava al naso, qualcuno era sveglio, vigile e scrutava intorno senza l’ombra del più falso pudore.
Il buio è un vecchio carceriere che ha gettato la chiave, m’illude di vedere, toccare qualcosa d’indefinito dal finestrino, piccole luci feroci punteggiare campi di nebbia, una coscienza stravolta era meglio averla, piuttosto che sangue da girare a vuoto.
Mi colse improvvisamente un senso di nausea, andava crescendo di stazione in stazione.
– Mi scusi, sa dirmi l’ora? – un vecchio male in arnese, non avrei saputo dire se vagabondo o borghese, mi stava appresso.
– Sono quasi le tre. – la mia risposta era sicura, dal momento che non avevo con me l’orologio, ma essendo a conoscenza dell’orario di arrivo e del tragitto, sapevo che il margine di errore era minimo.
– La ringrazio. – e si allontanò con passo sicuro, dandomi l’impressione a tratti d’equilibrio precario, certo per le oscillazioni del mezzo.
I freni squarciarono la tela di quel quadro cupo, paradossalmente quieto, con un grido prolungato, eterno, disperato; il contraccolpo non si fece attendere e benché avessi l’accortezza di aggrapparmi al corrimano, sentivo i piedi sollevati da una forza invisibile e il resto del corpo, compresa l’asta metallica cui stavo abbarbicato, scaraventato oltre la porta, la carrozza, oltre i sensi interrotti.
Il primo pensiero al risveglio fu un’interminabile sfilata di sofferenze inframmezzate da fotogrammi condensati in gelidi istanti, lame elettriche mi trapassavano le ossa, pensai a lei, poi vidi Clara dormire profondamente nella nostra stanza dopo la fatica e Marco nel suo lettino, rivoltolato da un sogno, una carezza alla dolcezza difficile dei suoi anni di fiore di ciliegio.
Gradualmente udivo le voci schiarirsi, lamenti, il soffio greve dei respiratori e gl’impulsi elettronici che scandivano il ritorno o irrevocabili partenze.
– Lei, signore, è una persona molto fortunata. Ne è in qualche modo consapevole? – riuscivo con difficoltà a distinguere una sagoma bianca che svettava poco distante dai miei gessi.
– Grazie dottore. Da ora ne ho la certezza.
– Grandissimo bastardo! Carogna porco! – sentii un sibilo concavo sfrecciare e due mani avventarsi sul mio collo legnoso, il fiato venne meno contemporaneamente alla luce incerta degli occhi affaticati e mentre la baraonda sfumava non ero più lì.
– L’ha scampata bella anche l’ultima volta, a quanto pare.
– Sì dottore, credo di sì…
– Mi spiace contraddirla, signore, sono solamente un umile avvocato. Lei si sta riprendendo decisamente meglio della sua consorte. Sarò conciso: le lascio la possibilità di risolvere la questione, nel modo che più le aggrada, affidando la diatriba al sottoscritto o, non appena le forze e il potere decisionale saranno nel pieno possesso delle sue facoltà, di rivolgersi ad altro arbitro che lei considera più adeguato alle proprie esigenze.
– D’accordo. Ora, se non è un disturbo, avrei bisogno di riposare.
– Prego, faccia con comodo. Le è concesso tutto il tempo necessario alla guarigione. Nel caso, le lascio un biglietto da visita sul comodino.
– La ringrazio vivamente. Arrivederci.
Chiusi le palpebre, ma solo per affrettare la dipartita del funzionario.
Dovevo fare i conti con tutta la realtà generata dalla mia irrazionalità.
Qualcosa mi aveva lasciato in vita per espiare una colpa che non riuscivo a mettere a fuoco.
Per scontare un piacere…non potevo venirne a capo. Pensai di farla finita.
Dovevo sparire altrove. Era una bella gatta da pelare, ma non la peggiore.
Mi accertai se fosse ancora possibile avere un’erezione.
Il proseguimento della mia esistenza dipendeva da…

via degli asini

Esercizio n.1

AUTOMOBILI E METEORITI.

Le colline autunnali scorrevano come una pellicola d’altri tempi lungo la superficie dei finestrini.
Andrea s’aggrappava al volante sperando di trovare una ragione alla sua mancanza di stimoli, alla mente svuotata d’ogni ricordo, messa all’angolo da una cronica indolenza ad affrontare il futuro, minuto dopo minuto, ogni istante gettato al vento.
Milena era al suo fianco, seduta scomposta sul sedile posteriore, la figlia teneva il collo inclinato a quarantacinque gradi, attenta ad ogni singolo movimento del cellulare.
– Allora, dove andiamo di bello?
– Non lo so ancora, – rispose lui come svegliato improvvisamente da un sogno poco importante.
– Potremmo fermarci a bere qualcosa, un aperitivo prima di cena.
– D’accordo.
– Non ti piace l’aperitivo, lo so. Meglio fare un giro per strada e poi tornare a casa.
– No no, figurati. Voglio che tu sia felice. Andremo a bere qualcosa.
E intanto malediceva la sua accondiscendenza, malediceva il caso scevro d’impegni che li portava a passare una domenica pomeriggio insieme, con un sole opprimente e denso che soffocava in gola, cinque dita rigide serravano, sempre più forte, pensò quanto tempo servisse fra il passaggio della lama nella carne del suo petto indurito, il dolore insopportabile e la provvidenziale perdita dei sensi.
– A te non interessa ciò che propongo, non c’è niente che ti smuova.
– No cara, a me interessano eccome le tue idee e voglio esaudirle per non avere niente a che fare con le tue frustrazioni. Andrei contro ogni mio gusto pur di non sentire le tue lagne.
Il motore pestava e le gomme tuonavano sull’asfalto sconnesso.
Andrea non si rese conto, sullo sfondo la musica elettronica delle casse, il fischio della brezza dai finestrini socchiusi, l’aria frullò in un enorme paio d’ali invisibili, qualcosa colpì il parabrezza con acuto fragore, la bambina dietro s’accucciò con le mani sul capo per proteggersi e lui comprese l’allarme scorgendola dallo specchietto retrovisore.
– Che succede?
– Qualcosa ha colpito il vetro.
– Mamma! Cos’è?
– Ho visto un granello bianco arrivare…
– Ok, fermiamoci a dare un’occhiata.
Accostò e scesero a controllare. Pressappoco sul lato passeggero, il cristallo risultava scheggiato da un urto. Mentre guidava c’era solo la sua macchina sulla carreggiata.
– Che sia stato un micro meteorite?
– Non lo so, – rispose Milena, – Forse era un sassolino proveniente da una delle case a lato della via.
– Infatti. Un meteorite avrebbe sfondato. Però mi tira il culo. Magari la porterò a far vedere, che non faccia il crepo…
Proseguirono in silenzio fino a un paesino sperso sulle alture e si misero a passeggiare per i vicoli deserti.
– Certo che tu e tuo padre potreste avere la decenza di aspettarmi.
– Non ho capito. Dicevi? – ribattè Andrea.
– Ho detto che una volta che usciamo tutti insieme, mi piacerebbe camminare tutti insieme, vicini.
– Mi dispiace, ma ho il mio passo. Ti pesano forse le gambe? Devo fermarmi continuamente per aspettare te che ti trascini dove la strada ha un minimo di pendenza? Cosa posso farci se ogni volta mi dici che non ti piace camminare!?
– Io non mi trascino affatto! Anche a tua figlia non piace camminare!
– Sì mamma, ma lo faccio per il babbo…
– Ah bene, disse Andrea, non c’è nessun problema… – ma non gli uscivano i pensieri dalla bocca, troppi anni, troppo tempo a ripetere le stesse cose. Non era più importante ormai.
E piombarono in un nuovo abisso di mutismo.
Cantava l’autoradio al ritorno. Non si erano fermati a bere, tornavano verso la pianura, la casa, assorti. Andrea ogni tanto si cacciava il mignolo nella narice, si sentiva una crosta e non riusciva a sbarazzarsene, poi l’occhio cadeva sulla scalfittura e col dito andava a sfiorare in vano dall’interno dell’abitacolo, lasciando un alone sulla patina che ricopriva la superficie.
– Però, è davvero sporco il vetro. Si vede bene che non l’ho mai pulito.
Lei non rispose. Teneva gli occhi chiusi e mormorava la melodia della canzone.
Rientrarono. Il padre di Andrea era immobile nel cortile e mentre parcheggiava venne loro incontro, con il malcelato bisogno di contatto di chi non ha parlato con anima viva fino al tramonto.
– Babbo, è possibile che un meteorite abbia colpito la macchina sul parabrezza? Guarda, guarda qui.
– E’ possibile tutto.
– Cosa ne pensi?
– Non penso a niente. Penso che ti è andata bene…
– Nonno! Nonno, guarda le foto che ho scattato oggi!
– Eh, va bene.
– Guarda, guarda!
– Ma non m’interessa!
– Dai nonno! Ahahah!
– Ahahah!

– Cosa facciamo per cena?
– Io mi faccio delle verdure cotte. La carne che è avanzata in frigo mi ha stufata. La lascio a voi, – rispose Milena.
– A te non va bene niente. Non ti va bene quello che mangiamo, non ti va bene dove andiamo, non ti va bene ciò che dico, qualsiasi cosa. Tu sei a tuo agio solo quando non passi il tuo tempo con noi, tipo quando sei al lavoro.
– Eh no! Sei tu che critichi ogni mia scelta, ogni proposta che faccio. E andare in quel posto non ti va bene, l’aperitivo non ti va bene, gli amici non ti vanno a genio, se non è argomento di tuo interesse mi ignori!
– Tu sei stufa di ogni cosa! Sei stufa della tua famiglia e scarichi la rabbia su di noi.
– No. Non sono arrabbiata. Sono solo molto triste.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, le guance arrossate e la bocca tremava.
– Tu e tuo padre siete alleati contro di me. Siete sempre pronti ad isolarmi.
– Ma cosa dici mamma! Non è vero! – e scoppiò a piangere.
Andrea lasciò gli abiti su una sedia in salotto.
Pensò di fumare una sigaretta più tardi.
Si lavò le mani e senza accendere la luce si sdraiò sul letto, sopra le coperte e s’assopì.

deandreade

Grazie, Padre

pian di spino

 

 

 

 

Partire al mattino
col giorno che dorme ancora
sulla schiena delle colline
su sbuffi guanciali di nubi
è un tuffo nel ghiaccio
poi scalda
dalla torre diroccata in cima
a un eterno riposo ave maria
agl’incroci delle scelte
un mare di sassi e terra
poi riaffiorano le persone
le senti parlare quiete
fra l’aria ferma e le casette sperse
fra il visto e la visione
di tempi che vanno e vengono –

poca roba

poi arrivi a tarda ora
mi colmi la stanza di presenze
e dici, dai, beviamo un bicchiere
l’amore tace e non parla mai
al massimo brucia sul ciglio
e nessuno lo può spegnere
con l’acqua negli occhi
e i pomeriggi da sembrare inverno
quando giri il viso altrove
e tremare di freddo sul fiume
al mattino presto
e morire di fame –

10617658_10202486912198740_248128947_n

Progetti per il Futuro

rocca di castelnuovo_paolo & francescaCerti giorni mi pare
di nascere malato
è uccidere impietosamente
un bel momento
è sempre il diretto interessato
a farlo, anche se il colpo
è partito dall’altra trincea
perché la rabbia muta in pazienza
e Gesù ha eretto un solido muro
a impedire il cuore ai cattivi pensieri.

Progetti per il futuro?

 

Via Monte Cavallo

A pedalare in salita ci si rappacifica
con tutti gli alberi, erba e foglie secche.
Si odono voci mai perdute
la fatica dell’essere
in ogni peculiare manifestazione.
Si vede il passato mai andato
la follia, lo stupore, gli sguardi amichevoli
e quelli che sfregiano una coscienza.
Poi la discesa
che a frenare trascina
ineluttabilmente sul fondo.
Resta solo una partenza.
Senza emozioni, con una smania scenografica
di replicare il caso fortuito della presenza
in affreschi di pareti sfondate
sull’attonito panorama infinito –

Tutte quelle emozioni

Tutte quelle emozioni inutili
da portarti dentro nella pancia
il ventre duole a digerire
sogni indigesti d’un rovo seccato –

Mangiato una fetta di strada
e un calice di vino pallido
i sacchi della vita sul ciglio
bene con te, bene con chi.

Al discount della fame
bevendo linfa da fiori dipinti
in piedi alla cassa bella, lei
con maschera ossea e niente
da pagare.

L’incubo peggiore
ogni appartamento vuoto
muri di pagine ingiallite
non piange non ride non respira.

Poi rallento a riflettere
a disgustare la perdita
e non godere l’istante
occhi sudati in calda penombra.

Tutto è sparso
simbolo romantico
pelle imbalsamata
leccarti
durante il temporale –

 

deux_figures_et_un_chat

DOVE SEI STATA? (Gabbiani su campi violati dal vomere a Ozzano dell’Emilia)

Bolognina bologna
ti passo intorno attraverso
e non emetti un solo lamento
m’inviti al tuo salotto buono
con una tazzina di piscio misto
e una sigaretta di palude nera

sottomessa a nubi e saette
non riesci a levarti l’incoscienza
d’un sonno ristoratore
e d’una agonia senza fine

Bologna bolognina
apri le gambe stanche
e non viene nessuno

 

ci siamo smarriti senza
una scusa romantica
per vicoli spazzati dal tempo
e dal fiume che coglie
le ceneri di tutti i barboni estinti
come una bottiglia finita

un caffè con fondo di scorie
una ragazza spossata dal porno
la vanità dei tuoi atteggiamenti
sfrattati, un atterraggio inchiodato

non ho voglia di vederti
non ho voglia di parlarti
solo d’esserti –

Immagine

Campeggio Tutto Esaurito

Campeggio Tutto Esaurito

Avevo guidato tutto il tempo con la testa piena di pensieri: alzarsi in ritardo di un’ora per raggiungere un campeggio in cui non eravamo mai stati, senza conoscere la strada, alla fine di giugno poteva essere fatale per trovare una sistemazione ai limiti della comodità o un solo posto libero.

Lo abbiamo localizzato facilmente, adagiato nel bosco, un angolo di paradiso con alberi da frutto, distese di prati perfettamente rasi e due piscine che scintillavano sotto un sole reso gentile dalle alture.
Dal momento che si era a mezzo mattino inoltrato potete immaginare la nostra sorpresa nel trovarlo completamente deserto.

Eretta la piccola tenda, mi sono assopito un poco, prima del pranzo consueto.

Situazione particolare, unito alla famiglia quasi forzatamente, a limitare un vago senso di solitudine, essenza indistinta che allo scemare della luce emergeva col suo corredo di ansie e futili dubbi esistenziali.
Non abbiamo indugiato ad ammettere che la distesa punteggiata di luci artificiali, accompagnata da rumori sinistri metallici standard provenienti da una pala d’impianto eolico, ci poneva agli avamposti del tiro incrociato fra tenui bilanci e un nebuloso disegno che non lascia scampo fra annullamento e possibile.

Dormito poche ore, senza il pensiero d’un amore diverso dal nido ad avvolgere il nucleo della passione originale: nostra figlia addormentata poco a lungo, un fiore sulla roccia nuda.

Alle cinque e quaranta l’alba e una costrizione al capo ci ha trascinato sulla spianata, appresso una grossa quercia scarnificata dalla cieca violenza d’una tempesta immemore.

Ci siamo avvolti le braccia intorno, per un freddo che non saprei.

E abbiamo preso per un sentiero che incornicia le trincee di ieri e di quel che sarà –

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: