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Esercizio n.6

ottobre 17, 2014

PRIMA O DOPO

– Cosa intendi per una vita tranquilla? Una vita senza gravi pensieri, da arrivato, dopo aver superato problemi non insormontabili, menzogne (ci si fa l’abitudine), tradimenti (idem), poi ti accorgi che anche il demone della gelosia ha smesso di mordere e finalmente puoi goderti il frutto della tua personale resistenza. Ci sono ben altri problemi: la malattia, la morte improvvisa, non la mia, chi non c’è non sente e non soffre, ma il dolore per ciò che ti viene sottratto, quello sì, altra storia e fatica non da poco. Anche l’incertezza nel futuro diventa più leggera, la novità sbiadisce e l’aria torna a fluire. – pensava Carlo prima di dormire, e già era qualcosa, la stanchezza all’alba dei cinquanta si faceva prepotente eppure pensava ad ogni decade che non fosse possibile essere più stanchi di così. Si girò sul fianco sinistro e restò in ascolto: sua moglie di schiena dormiva già, o no, in tanti anni non era mai riuscito a capire se fosse immersa in qualche pensiero o se era lì per confermare puntualmente il giorno successivo a pranzo la sua insonnia.
– Domani, anzi no, dopo la mezzanotte e ad essere più precisi verso le sette sarà il mio compleanno. Mai che qualcuno se lo ricordi, e a me non me ne frega un cazzo, però c’è mai stato qualcuno o qualcosa che mi mostrasse il contrario? – e crollò.
Alle sei e cinquantotto aprì gli occhi, barcollando si levò e corse a spegnere la sveglia prima di udire quel suono sgradevole; sottovoce sussurrò a Marco nella sua cameretta che era l’ora.
Pisciò in piedi con il palmo premuto contro il muro, si bagnò la faccia e accese il pentolino per il te. Fuori faceva freddo e un soffitto precario di nubi dense e spesse minacciava di crollare sulla strada.
– Marco! Io vado via!
– Aspetta babbo! Sono pronto!
Dalla scuola al lavoro era tutto un soffocato imprecare, la gente, la gente perdio! Le auto andavano a casaccio e pedoni facevano a gara per gettarsi sul suo cofano.
– Però. Che soddisfazione mettere la tuta per ultimo. Almeno non devo ascoltare stronzate. E chi l’affronta ‘sta giornata? Sta bòn che c’è il lavoro…see see!!
Indossò guanti e mascherina e cominciò a levigare pannelli di plastica e lana di vetro.
– Ma chi comprerà ancora dei camper di ‘sti tempi.
Arrivare alla pausa pranzo fu un attimo.
Si lasciò assalire da una fame cieca e intanto guardava le nuvole fuori dal finestrino che per poco non tamponò il Ducato davanti, alzò il volume della radio e provò a cantare qualcosa.
– Auguri vecchione! – due braccia lo ghermirono e una lingua affondò le parole alla foce della gola.
– Grazie tesoro. Che hai fatto di buono?
– Gnocchetti verdi e salmone come ti piace e poi una sorpresa.
– C’ho una fame!
Panoramica sulla cucina, il salotto, la casa col giardino trascurato e il dito di Marco che spingeva il campanello.
– Ora ci siamo tutti. Che la festa per il nonno abbia inizio!
– Ma che nonno! Babbo! Tu sei giovane!
– Sì, va bene. Vado al cesso che fra un quarto d’ora devo ripartire.
– Dai Carlo. Vai un po’ più tardi al lavoro. Oggi è la tua festa.
– Non se ne parla. La mia festa è solo qui a casa. – e si alzò dalla sedia.
Mentre il suo trapano rombava noioso e insistente, la torta si raffreddava nel forno, la pasta morbida s’appesantiva e ad assaggiarla in quel momento avrebbe fatto un nodo in gola, difficile da mandare giù senza un bicchiere a portata di mano.
La sera rincasò spensierato con una sporta piena di birre. Accese una sigaretta e si rilassò col petto adagiato sul balcone.
– Ciao! Sono qui!
Ma non ebbe risposta, la sua voce risuonò insolitamente cava per tutto l’appartamento.
Lei non c’era e la stanza di Marco era vuota, con il solito disordine, i calzini, le magliette sul pavimento e sulla sedia, i quaderni sparsi sulla scrivania.
– Ah bè. Che succede?
Carlo afferrò il cellulare e provò a chiamare. Non c’era linea.
Sentì muovere la maniglia.
– Siete tornati! Dove siete stati fino adesso?
– Devo chiamare la polizia? Cosa ci fa in casa mia?
–  Eh no. – disse Carlo incredulo – Sono io che le chiedo dove ha copiato le mie chiavi e cosa ci fa qui. Tu sei un ladro!
E si scagliarono uno contro l’altro.
Quando Carlo tornò in sé era steso su un letto spartano e c’erano quattro muri grigi e una finestra piccola piena di sbarre.
– Lei, signor Carlo, ha commesso un grave errore. Non so spiegarmi perché. Dopo anni passati in questo inferno, me lo conceda, con grande sforzo del sottoscritto, la pena le viene ridotta e lei appena fuori si fa venire l’insana idea di aprire la porta della sua vecchia abitazione con le chiavi restituitole dal carcere insieme agli altri effetti. Ma ciò che più mi tormenta è che in tutto questo tempo a nessuno sia venuto in mente di sostituire la serratura.
Carlo socchiuse le palpebre e trattenne un moto che non era pianto e tanto meno rabbia.
– Ha perfettamente ragione, signor avvocato.
– E potrebbe concedermi delucidazioni in merito alla coraggiosa impresa di dirigersi sul suo ex posto di lavoro, indossare tuta e dispositivi di protezione di chissà chi e lavorare impunemente tutto il giorno in barba ad ogni forma di sorveglianza evidentemente inesistente?
– Mi spiace. Non mi sono reso conto.
– Bene. Avrà coscienza almeno di violazione di domicilio, aggressione e tentativo di omicidio?
– Lo so.
Carlo si distese con le mani dietro al capo, sognò per qualche secondo e si domandò: “ Perché con tutte le ore che ho avuto e tutti i posti in cui sono stato, non mi è saltato in mente di portare un fiore a Marco e ***** ? “.
Sarà per un’altra volta.

 

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5 commenti
  1. Un racconto ben costruito con un finale inatteso. Un abbraccio

  2. Chapeau…Buongiorno! 65Luna

  3. Molto intenso.. sorprendente nel finale! I miei complimenti!

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