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Esercizio n.4

ottobre 4, 2014

INTERMEZZO – CONTEMPORANEITA’ E LE SUE SORELLE

“Grandissimo figlio di puttana. Non te lo dico perché so che te la fai con la mia donna, ma solo perché non sopporto la tua faccia”.
Poi spengo il computer.
Non posso fumare per un accesso d’asma. Ma posso assumere farmaci e sfiancarmi in bicicletta nel freddo e nel vento.
Il pensiero del mattino si dimentica come sfuma la bruma al primo raggio violento.
Mi manca la bella stagione in corso e la vivo in un’occasione improbabile.
Si tratta di una salita tutt’altro che semplice per un principiante e al primo altarino ringrazio Padre, Madre, Provo a Crederci e Perché.
Scendo moderato in un crescendo di vegetazione con riflessi di sassi antichi e fruste rovine sulla vetta a sinistra, qualche rifugio di fortuna e la penetrazione culmina in un trionfo orchestrale di film anni cinquanta, allorché la spianata si concede in tutta la sua umile grandezza.
La luce è particolare oggi.
Un sospiro si fa largo in lontananza, ai limiti della pianura arresa.
Noi due non ci capiamo più.
Vibrano le case, dai particolari ai muri portanti.
Ed è passeggero, che ci sia un senso o meno.

I miei genitori erano giovani allora, ma io non afferravo e quella sera spezzava il ritmo di un frutto acerbo.
– Andremo a cenare al ristorante cinese. Proprio come quello. – mia madre mi indicò dal finestrino un’insegna sulla strada nera.
– Come quello scritto in cinese?
– Sì caro – ma non fu sufficiente a darmi una ragione.
– E dove andiamo adesso?
– Dai nonni di Faenza. Vuoi dormire nel lettone coi nonni?
– Sì mamma.
Accostammo sotto il condominio e anche se il giorno cieco mi negava il colore, misi a fuoco le inferriate rosse del cancello.
– Mamma…ma questa è la casa degli zii?
– Sì Fabio, ma ora è la casa dei nonni.
Per le scale c’era ancora l’odore di zii e cugini. La porta si aprì e mi sentii abbracciato e vezzeggiato oltremodo.
Sapevo che i miei di lì a pochi minuti mi avrebbero lasciato: le pailettes sul maglione bianco di mia madre erano inequivocabili.
La televisione era il focolare del salotto, c’era la vetrina di liquori variopinti, l’accendino nel suo astuccio di marmo e c’era “l’ovetto”, una pietra verde che mi piaceva tenere fra le mani.
– Fabio! Non toccare l’ovetto! – mi riprendeva la nonna temendo che cadesse danneggiando il pavimento.
Lei era bella, magra e malata, ma questo era un dettaglio che l’incoscienza dei pochi anni mi sottraeva all’abbondante quantità di dolore futuro elargito generosamente dall’occasione esistenziale.
La voce era un suono di dolcezza che mi porto in petto; non ricordo le parole, ma il profumo e una serie di motivi umani che rende pressoché inutile l’arrogante pretesa di conoscenza che contraddistingue contemporaneità e le sue sorelle.
Nel talamo sovrastato da un rosario in legno scuro non riuscivo a prendere sonno e mi accoccolavo nei respiri rallentati e nei sibili vibranti che fuoriuscivano da nasi e labbra schiuse.

A tutto questo pensavo oggi mentre con un trapano ad aria foravo piastre d’acciaio in officina, con l’autunno fuori dal portone e la terra dissodata, tiepida, umida, mi spediva segnali di nostalgia, d’un tempo unico e irrecuperabile. Lo stesso tempo e altre persone al nostro posto.
Girai la chiave e rientrai. Giovanna non era ancora tornata. Da mesi ormai la nostra unione viveva di passive tensioni: perduta la complicità, smarrito l’antidoto ai casi difficili.
Era tutto al suo posto e disponibile, si trattava di ascoltare, ma il malessere faceva la voce grossa ed eravamo sordi a reciproca comprensione. Se l’insensibilità fosse plausibile giustificazione a incontrollato desiderio di evasione, provvisoria o definitiva, non ci è dato di sapere.
Mi aggiravo per le stanze, progettai una cena dai resti di frigorifero e dispensa, mi versai un bicchiere per la resa e una sigaretta sdraiato sul letto.
Distrattamente la mano aprì il cassetto del comodino di Giovanna: trovai una lettera datata.
La mente si scosse e tremai.
Tutto quanto avevo pensato, immaginato, ricordato o rinnegato fino a quell’istante si rivelò sotto una luce del tutto nuova.
La comunicazione una piena impossibile da arginare.
La soluzione generava i suoi problemi –

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