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Esercizio n.3

settembre 30, 2014

L’INVASORE.

Sono molto vecchio, ora. Vivo solo in questa casa lontana da tutto e da tutti.
Mi sveglio e mi chiedo quanto durerà ancora. Sono sopravvissuto anch’io a qualcosa.
No, non sto parlando della guerra, con tutto il rispetto, ma c’è da raccontare un fatto della giovinezza sfiorita.
Ero un uomo malinconico allora, il matrimonio era affondato, mio figlio viveva lontano e aveva tagliato i ponti; di amici non ne avevo, ma non era una novità e fa parte ancora oggi del mio carattere.
Il vero malessere quando pensavo esattamente il contrario, fu la mancanza di una famiglia, la sopravvivenza che si protraeva in completa assenza di lavoro, la decadenza sociale che non conosceva limiti in attesa della catastrofe definitiva di un mondo destinato alla distruzione.
Fu così che in armonia con tutti i pronostici mi ammalai.
Non mi starò a dilungare sui sintomi, per altro comuni a qualsiasi patologia tumorale, spossatezza, dolori sparsi in tutto il corpo. Aspettai qualche mese d’inferno prima di rivolgermi a un medico, poi cominciai la via crucis degli accertamenti.
Un mattino gelato di gennaio l’ambulanza mi prelevò. Mi intubarono e m’imbottirono di sedativi. Il primo pensiero al risveglio fu di essere diventato matto: non c’era niente che avesse l’apparenza di una stanza di ospedale, il sole filtrava dalle persiane socchiuse, c’era un tavolo con frutta, verdure di stagione, bevande, un computer a muro sensibile agli impulsi dello sguardo e altre stramberie che non mi potevo permettere o che ignoravo del tutto in base ai miei gusti.
Le membra erano libere, non c’erano macchinari né medicinali.
La porta si aprì e comparve un uomo dall’aspetto austero, probabilmente un luminare.
– Gradirei fumare, se possibile.
– Certamente. Provvederemo quanto prima.
– Immagino lei sia il primario.
– Sì.
– Vorrei venire a conoscenza del motivo per cui mi trovo qui e soprattutto perché sono stato letteralmente rapito prima ancora di sapere i risultati delle analisi. Le confesso che il fatto di trovarmi in questo albergo di lusso è del tutto secondario alle domande che mi tormentano.
– In primis vorrei scusarmi con lei in nome di tutta l’azienda sanitaria per il disagio.
Forse nella concitazione degli istanti precedenti al suo arrivo in questo luogo del tutto segreto e introvabile, non si sarà reso conto che l’operazione di trasferimento è avvenuta in stretta collaborazione con l’esercito.
– Ah. Bene. Le faccio presente di essere in possesso del congedo illimitato…
– Non si tratta di questo. Arriverò al punto. Il suo male non è un caso raro, il suo male è unico al mondo, almeno per ora.
– Mi dica.
– Il suo organismo è custode, rifugio, nascondiglio di un estraneo.
– Cancro?
– La dinamica è pressoché identica. Le cellule ammalate creano nuovi tessuti sugli organi sani imbevuti del loro codice genetico maligno, ma l’aspetto è del tutto inedito per le conoscenze a nostra disposizione.
– Sia più chiaro.
– Il male che la sta portando alla morte è…una persona!
– Capisco. Psichiatria. Sapevo che ci sarei arrivato – ma non ero convinto delle mie esternazioni.
– No, non è così. Nel momento in cui visualizzerà i referti avrà modo di riscontrare una morfologia di natura umana presente in ogni metastasi.
I giorni seguenti ebbi modo di confermare le parole del medico, ma non mi levavo dalla testa che si potesse trattare di un esperimento di psicologia.
Non c’era cura mirata, chiaramente. Sentivo l’invasore infiltrarsi dai rigonfiamenti che qua e là indurivano sotto pelle.
Pensai addirittura di essere posseduto, ma non potevo rivolgermi ad altra consulenza, il mio caso era occulto e segregato dal resto del mondo fino a nuovo ordine.
Non avevo grosse pretese, ma tutto era di gran lunga migliore rispetto ai sussidi di disoccupazione. Una volta soddisfatte le necessità soggettive non avevo altri bisogni: l’ambiente esterno era talmente pericoloso che non uscivo da anni.
La situazione peggiorò. Con un comunicato scritto venni a sapere che le mie condizioni erano di gravità irreversibile e, con il terrore ormai protagonista del mio soggiorno agli sgoccioli, in qualche modo mi preparai a morire.
Un mattino all’alba non fui in grado di svegliarmi. Il male era forte al punto di levarmi il fiato, la mente, per nulla rassegnata, si dibatteva con occhi spalancati. Chi era questo essere dalle fattezze antropologiche dentro me? L’invasore: silenzioso, solitario, padrone di una terra senza speranza.
Con tutto ciò che la mente può cercai una risposta. Non riuscii ad ottenerla, finchè il respiro non si fece rantolo e la pupilla non riprese per inerzia, in un ultimo affamato, ingordo spasmodico desiderio di luce, oltre la foschia dei sensi.
Dopo tutto vi chiederete perché sono qui a testimoniare. L’invasore vinse la battaglia, ma non portò i suoi costumi in ambiente straniero, bensì s’adattò alla cultura della razza autoctona.
In seguito al caso numero uno tutto l’occidente fu straziato dal morbo.
Naturalmente molti non riuscirono a sopravvivere.
Questa fu la guerra tre, e certo fece meno vittime delle precedenti.
Una nuova stirpe si fece pandemia lottando non sul campo, non corpo a corpo, non con tutte le tecnologie concepite fino ad allora per destabilizzare terra, acqua ed aria, ma dentro ai visceri dell’etnia in declino.
Sono sempre io, ma il pianeta orbita in un sistema esistenziale diverso.
Non c’è posto per due anime nello stesso corpo.
E’ sufficiente spirare per essere altro. Il vento è cambiato.
E cambierà.
L’unico difetto è l’impotenza di chi o cosa a mutare l’uomo.

Jesus

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