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Esercizio n.2

settembre 29, 2014

LE DISPIACE SE DORMO ANCORA UN POCO?

Ero seduto da pochi minuti che già avevo bisogno di camminare.
Attraversai il corridoio con il fetore del sonno che mi saltava al naso, qualcuno era sveglio, vigile e scrutava intorno senza l’ombra del più falso pudore.
Il buio è un vecchio carceriere che ha gettato la chiave, m’illude di vedere, toccare qualcosa d’indefinito dal finestrino, piccole luci feroci punteggiare campi di nebbia, una coscienza stravolta era meglio averla, piuttosto che sangue da girare a vuoto.
Mi colse improvvisamente un senso di nausea, andava crescendo di stazione in stazione.
– Mi scusi, sa dirmi l’ora? – un vecchio male in arnese, non avrei saputo dire se vagabondo o borghese, mi stava appresso.
– Sono quasi le tre. – la mia risposta era sicura, dal momento che non avevo con me l’orologio, ma essendo a conoscenza dell’orario di arrivo e del tragitto, sapevo che il margine di errore era minimo.
– La ringrazio. – e si allontanò con passo sicuro, dandomi l’impressione a tratti d’equilibrio precario, certo per le oscillazioni del mezzo.
I freni squarciarono la tela di quel quadro cupo, paradossalmente quieto, con un grido prolungato, eterno, disperato; il contraccolpo non si fece attendere e benché avessi l’accortezza di aggrapparmi al corrimano, sentivo i piedi sollevati da una forza invisibile e il resto del corpo, compresa l’asta metallica cui stavo abbarbicato, scaraventato oltre la porta, la carrozza, oltre i sensi interrotti.
Il primo pensiero al risveglio fu un’interminabile sfilata di sofferenze inframmezzate da fotogrammi condensati in gelidi istanti, lame elettriche mi trapassavano le ossa, pensai a lei, poi vidi Clara dormire profondamente nella nostra stanza dopo la fatica e Marco nel suo lettino, rivoltolato da un sogno, una carezza alla dolcezza difficile dei suoi anni di fiore di ciliegio.
Gradualmente udivo le voci schiarirsi, lamenti, il soffio greve dei respiratori e gl’impulsi elettronici che scandivano il ritorno o irrevocabili partenze.
– Lei, signore, è una persona molto fortunata. Ne è in qualche modo consapevole? – riuscivo con difficoltà a distinguere una sagoma bianca che svettava poco distante dai miei gessi.
– Grazie dottore. Da ora ne ho la certezza.
– Grandissimo bastardo! Carogna porco! – sentii un sibilo concavo sfrecciare e due mani avventarsi sul mio collo legnoso, il fiato venne meno contemporaneamente alla luce incerta degli occhi affaticati e mentre la baraonda sfumava non ero più lì.
– L’ha scampata bella anche l’ultima volta, a quanto pare.
– Sì dottore, credo di sì…
– Mi spiace contraddirla, signore, sono solamente un umile avvocato. Lei si sta riprendendo decisamente meglio della sua consorte. Sarò conciso: le lascio la possibilità di risolvere la questione, nel modo che più le aggrada, affidando la diatriba al sottoscritto o, non appena le forze e il potere decisionale saranno nel pieno possesso delle sue facoltà, di rivolgersi ad altro arbitro che lei considera più adeguato alle proprie esigenze.
– D’accordo. Ora, se non è un disturbo, avrei bisogno di riposare.
– Prego, faccia con comodo. Le è concesso tutto il tempo necessario alla guarigione. Nel caso, le lascio un biglietto da visita sul comodino.
– La ringrazio vivamente. Arrivederci.
Chiusi le palpebre, ma solo per affrettare la dipartita del funzionario.
Dovevo fare i conti con tutta la realtà generata dalla mia irrazionalità.
Qualcosa mi aveva lasciato in vita per espiare una colpa che non riuscivo a mettere a fuoco.
Per scontare un piacere…non potevo venirne a capo. Pensai di farla finita.
Dovevo sparire altrove. Era una bella gatta da pelare, ma non la peggiore.
Mi accertai se fosse ancora possibile avere un’erezione.
Il proseguimento della mia esistenza dipendeva da…

via degli asini

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