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Esercizio n.1

settembre 28, 2014

AUTOMOBILI E METEORITI.

Le colline autunnali scorrevano come una pellicola d’altri tempi lungo la superficie dei finestrini.
Andrea s’aggrappava al volante sperando di trovare una ragione alla sua mancanza di stimoli, alla mente svuotata d’ogni ricordo, messa all’angolo da una cronica indolenza ad affrontare il futuro, minuto dopo minuto, ogni istante gettato al vento.
Milena era al suo fianco, seduta scomposta sul sedile posteriore, la figlia teneva il collo inclinato a quarantacinque gradi, attenta ad ogni singolo movimento del cellulare.
– Allora, dove andiamo di bello?
– Non lo so ancora, – rispose lui come svegliato improvvisamente da un sogno poco importante.
– Potremmo fermarci a bere qualcosa, un aperitivo prima di cena.
– D’accordo.
– Non ti piace l’aperitivo, lo so. Meglio fare un giro per strada e poi tornare a casa.
– No no, figurati. Voglio che tu sia felice. Andremo a bere qualcosa.
E intanto malediceva la sua accondiscendenza, malediceva il caso scevro d’impegni che li portava a passare una domenica pomeriggio insieme, con un sole opprimente e denso che soffocava in gola, cinque dita rigide serravano, sempre più forte, pensò quanto tempo servisse fra il passaggio della lama nella carne del suo petto indurito, il dolore insopportabile e la provvidenziale perdita dei sensi.
– A te non interessa ciò che propongo, non c’è niente che ti smuova.
– No cara, a me interessano eccome le tue idee e voglio esaudirle per non avere niente a che fare con le tue frustrazioni. Andrei contro ogni mio gusto pur di non sentire le tue lagne.
Il motore pestava e le gomme tuonavano sull’asfalto sconnesso.
Andrea non si rese conto, sullo sfondo la musica elettronica delle casse, il fischio della brezza dai finestrini socchiusi, l’aria frullò in un enorme paio d’ali invisibili, qualcosa colpì il parabrezza con acuto fragore, la bambina dietro s’accucciò con le mani sul capo per proteggersi e lui comprese l’allarme scorgendola dallo specchietto retrovisore.
– Che succede?
– Qualcosa ha colpito il vetro.
– Mamma! Cos’è?
– Ho visto un granello bianco arrivare…
– Ok, fermiamoci a dare un’occhiata.
Accostò e scesero a controllare. Pressappoco sul lato passeggero, il cristallo risultava scheggiato da un urto. Mentre guidava c’era solo la sua macchina sulla carreggiata.
– Che sia stato un micro meteorite?
– Non lo so, – rispose Milena, – Forse era un sassolino proveniente da una delle case a lato della via.
– Infatti. Un meteorite avrebbe sfondato. Però mi tira il culo. Magari la porterò a far vedere, che non faccia il crepo…
Proseguirono in silenzio fino a un paesino sperso sulle alture e si misero a passeggiare per i vicoli deserti.
– Certo che tu e tuo padre potreste avere la decenza di aspettarmi.
– Non ho capito. Dicevi? – ribattè Andrea.
– Ho detto che una volta che usciamo tutti insieme, mi piacerebbe camminare tutti insieme, vicini.
– Mi dispiace, ma ho il mio passo. Ti pesano forse le gambe? Devo fermarmi continuamente per aspettare te che ti trascini dove la strada ha un minimo di pendenza? Cosa posso farci se ogni volta mi dici che non ti piace camminare!?
– Io non mi trascino affatto! Anche a tua figlia non piace camminare!
– Sì mamma, ma lo faccio per il babbo…
– Ah bene, disse Andrea, non c’è nessun problema… – ma non gli uscivano i pensieri dalla bocca, troppi anni, troppo tempo a ripetere le stesse cose. Non era più importante ormai.
E piombarono in un nuovo abisso di mutismo.
Cantava l’autoradio al ritorno. Non si erano fermati a bere, tornavano verso la pianura, la casa, assorti. Andrea ogni tanto si cacciava il mignolo nella narice, si sentiva una crosta e non riusciva a sbarazzarsene, poi l’occhio cadeva sulla scalfittura e col dito andava a sfiorare in vano dall’interno dell’abitacolo, lasciando un alone sulla patina che ricopriva la superficie.
– Però, è davvero sporco il vetro. Si vede bene che non l’ho mai pulito.
Lei non rispose. Teneva gli occhi chiusi e mormorava la melodia della canzone.
Rientrarono. Il padre di Andrea era immobile nel cortile e mentre parcheggiava venne loro incontro, con il malcelato bisogno di contatto di chi non ha parlato con anima viva fino al tramonto.
– Babbo, è possibile che un meteorite abbia colpito la macchina sul parabrezza? Guarda, guarda qui.
– E’ possibile tutto.
– Cosa ne pensi?
– Non penso a niente. Penso che ti è andata bene…
– Nonno! Nonno, guarda le foto che ho scattato oggi!
– Eh, va bene.
– Guarda, guarda!
– Ma non m’interessa!
– Dai nonno! Ahahah!
– Ahahah!

– Cosa facciamo per cena?
– Io mi faccio delle verdure cotte. La carne che è avanzata in frigo mi ha stufata. La lascio a voi, – rispose Milena.
– A te non va bene niente. Non ti va bene quello che mangiamo, non ti va bene dove andiamo, non ti va bene ciò che dico, qualsiasi cosa. Tu sei a tuo agio solo quando non passi il tuo tempo con noi, tipo quando sei al lavoro.
– Eh no! Sei tu che critichi ogni mia scelta, ogni proposta che faccio. E andare in quel posto non ti va bene, l’aperitivo non ti va bene, gli amici non ti vanno a genio, se non è argomento di tuo interesse mi ignori!
– Tu sei stufa di ogni cosa! Sei stufa della tua famiglia e scarichi la rabbia su di noi.
– No. Non sono arrabbiata. Sono solo molto triste.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, le guance arrossate e la bocca tremava.
– Tu e tuo padre siete alleati contro di me. Siete sempre pronti ad isolarmi.
– Ma cosa dici mamma! Non è vero! – e scoppiò a piangere.
Andrea lasciò gli abiti su una sedia in salotto.
Pensò di fumare una sigaretta più tardi.
Si lavò le mani e senza accendere la luce si sdraiò sul letto, sopra le coperte e s’assopì.

deandreade

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