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LA VISIONE PRIMA DELLA CADUTA (0-3)

marzo 13, 2014

LA VISIONE PRIMA DELLA CADUTA (0-3)

La stanza con le piastrelle bianco giallo arancione, la porta di fronte, la grande finestra alle mie spalle e i giocattoli.
Mio padre mi teneva in braccio mentre i fuochi esplodevano in cielo sui cipressi, più alti del tendone del tennis: la prima volta, paura e stupore.
Il minuscolo dito indice sulla piastra del ferro da stiro e la mia corsa intorno al tavolo rotondo affogato di grida e lacrime.
La diretta di Alfredino al telegiornale.
La mela, la banana, la pera grattugiata e non ricordo se mi piaceva mentre mia madre insisteva col cucchiaino.
Le zucchine ripiene seduto coi miei sul pozzo in mezzo all’orto e rifiutavo di mangiare fra gl’improperi.
La prima bambina Cristina bionda senza volto ormai, al di là della rete a rombi del cortile.
Il flauto verde, i robot luminosi variopinti, il telefono con occhi e ruotine, la trottola di ferro grande azzurra, la macchinina rossa con le ruote nere e il pilota che andava su e giù.
La mia seggiolina a fiori ripieghevole sotto al portico di casa.
Le formiche che mi salivano minacciose sulla gamba dopo aver calpestato la loro tana, e il frastuono del mio terrore mentre fuggivo incontro braccia rassicuranti.
L’arancia col cappellino dei succhi di frutta Billy.
Il calcinculo che mi spaventava, la gente intorno e le vecchie con capelli bianchi e abito nero.
Tutti i  nonni in cerchio a tavola per il pranzo, ben quattro nonni, come dissi fra le risate d’approvazione.
Lo zio Quinto che mi faceva trasalire col suo “psst!”.
Le TicTac mangiate tutte in una volta e il freddo della menta che mi bruciava bocca e gola.
La spesa alla piccola bottega della Norma e il percorso sul seggiolino da bicicletta con mia madre.
Il cannone nel cortile e tutti i rottami.
La grande Tyrrel blu a pedali e  l’entusiasmo orgoglioso a guidarla per l’appartamento, il cavallo nero a dondolo con le morbide orecchie di plastica, il tamburello con i sonagli, l’albero e babbo natale.
La Balena Giuseppina e la prima volta sul cesso con l’ansia di caderci dentro.
Il giorno che non respiravo, la luce diafana dalle finestre, l’ospedale, lo schermo con le linee verdi, la fleborrore, la tenda ad ossigeno, mamma che mi teneva e accarezzava le mani per ore giorni notti, “Ventolin e Bentelan” mi faceva danzare in sala mio padre canticchiando rime.

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