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A Mare Tardo Autunnale

novembre 17, 2013

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Dato l’ultimo fiato al motore, viaggiato anonimo distaccato, audio scevro da futili coinvolgimenti, contornato da gradevole tepore, in mia compagnia.

Avrei cercato percorsi diversi in questa stagione di turismo zero, ma preferisco raccogliermi in famigliari, fin troppo vasti appartamenti.

Si sente abbaiare con riverbero nell’aria vuota del paese in letargo e scorgo con la coda dell’occhio la candida ombra di un pastore maremmano scivolare dietro una siepe, le vie occupate da sabbia, foglie aghi di pino in grumi e rami spezzati dalla mareggiata recente, salgo la duna e abbraccio con lo sguardo l’Adriatico sornione, travestito da palude, di soppiatto a ridosso degli scogli anneriti.

Non sono solo, anziani con le schiene curve razzolano nella bassa in cerca di vongole e cannoli, la battigia ingombra di legna e plastica, ogni cosa ha senso di disordine e abbandono, gabbiani galleggiano e raramente s’alzano in volo, come oppressi dal ventre grigio fumoso del cielo comatoso, che raramente e sempre meno lascia intravedere le sue vergogne fatte di deformi raggi solari e griglie forzate su un azzurro pressoché snaturato.

Ogni tanto mi fermo a fotografare un particolare, qualcosa che reputo sufficientemente dimenticato da meritare un ricordo, detriti riesumati dal fondo di qualche estate fa o poco più, un paio d’occhiali scuri da donna, da immaginarci un viso, non più così giovane, magari, qualcosa di perduto, che si può recuperare in un momento qualsiasi o lasciarlo dov’è perché è giusto e sta bene lì, in quello spigolo acuto di memoria.

Ragazzini giocano a rincorrersi presso il molo, non so che lingua parlino, ma tanto basta a confinare il cammino e decidere di non attraversare la loro situazione e il loro tempo, porgo le terga e mi lascio inghiottire dolcemente dalle casette ammuffite a costeggiare il canale, con un barlume a punzecchiare il capo, dove sarà sepolto tutto questo passato, ad ascoltare il fruscio delle onde e il fragore delle faglie che come ingranaggi imperfetti macinano senza remore ogni flebile istante concesso alla sfuggente apparizione umana –

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4 commenti
  1. Ottima poesia racconto.Ho camminato con te sulla sabbia,sembrava a tratti una spiaggia di Taranto.Ho notato la tua voglia di isolarti da cio’ che ti poteva distogliere dal tuo vagare,e giustamente sei rimasto solo e riflessivo assaporando cio’ che ti coinvolgeva allora.Introspezione,ecco cio’ che rende unici alcune persone,e tu ne hai abbastanza,ciao Luca.

    • Non sono così frequenti i momenti in cui decido di “raccogliermi”, ma accadono, è come afferrare al volo un istante prezioso e indistinto che scorre nell’incessante pioggia del tempo, e quel momento ti dice di fermarti a riflettere, ti dà la soddisfazione di quel che hai, ma anche desiderio di quel che vorresti veramente, alla luce di ciò che giusto o sbagliato è il passato… Sarebbe bene guardarci dentro più spesso: aiuta a vincere la disillusione. E potrebbe suggerire dettagli per un cambiamento positivo (?) …
      La bellezza naturale è proiezione dall’interno e ci concede ristoro e consolazione …
      Grazie Luca.

  2. Mi sono sentita parte di quei luoghi e di quelle sensazioni. Carla

  3. Ti ringrazio.

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