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Il Finito

luglio 9, 2012

Dicono che sei un uomo finito,
anche se a dire il vero nessuno fiata,
si tratta se non altro di una tua impressione,
perché sei diventato così mentre pensavi
a qualcosa che ora non è l’ombra di un ricordo.

Ci sono stagioni migliori e anche meno,
fondamenta gracili ma elastiche
d’un’onda assidua frequentatrice d’alti e bassi,
gite fuori porta, stomaco da riempire ad ogni costo,
il debutto e l’inserimento sociale,
la mia generazione che tuona espirando,
abitudini diverse, devozione al lavoro
e alle piccole riparazioni domestiche.

E poi le camminate sul ciglio del buco,
idee che impallidiscono al fuoco robusto
della sopravvivenza mascherata di normalità,
il controllo delle novità e una noia prepotente
da sembrare tranquillità assoluta, la palestra della morte.

Non chiamarla vita per non portare offesa
a tutto il sudore gratuito
e affogare un rimpianto anonimo
sul rigore che verrà.

Tutto il disagio in emorragia materiale,
qualità approssimativa dell’oggetto,
follia concupiscente, patologia del creato,
rincorsa fra reti bronchiali a  curare decadenza
e decadenza e ancora decadenza –

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