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Tornante

marzo 11, 2012

Che cosa ci faccio, ancora qui?
Non so cosa sia accaduto, ma non è cambiato molto, se solo avessi un punto di riferimento al passato.
Respiro quest’aria buona, colma di odori e promesse, il sole, e tutto quel che ho perso di vista negli ultimi tempi.
Oggi sono tornato a casa camminando, non ricordo dove ho lasciato la macchina, la tenevo bene, mi piaceva e a volte viaggiavo in compagnia, che ho imparato a chiamarlo amore, perché anche se non mi tira più, il cuore è ancora un ragazzino.
Non trovo le chiavi, ho provato a suonare il campanello, ma nell’appartamento vivono altre persone, non posso crederci, impreco e piango appoggiato a un muretto, con pochi ricordi e i pensieri vani che mi restano, o forse ho sbagliato indirizzo, sono proprio rincoglionito, sono malato, ho perso la memoria, eppure è tutto qui, ma non so quando l’ho lasciato.
I numeri di telefono, figli, nipoti, tutto smarrito nella nebbia.
Ho accettato un caffè al bar, mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto dove sono stato tutto questo tempo. Che domande, sfoglio il giornale, qualcosa torna, alcuni nomi sconosciuti, una crisi economica, previsioni del tempo, inverno molto freddo, ma siamo nella bella stagione, bella lei che fiorisce, mi è sufficiente arzigogolare, un trucco come un altro per non morire.
Il giorno seguente mi sveglio su una panchina, al verde, una banca conserva il mio gruzzolo, altrove. A cosa servono i soldi? Il corpo non reclama, sorseggio acqua gelata dalle fontane e non sento, non ho appetito, un gelato, una torta, una carezza, è più forte la solitudine.
Salgo su una corriera, ma nessuno mi chiede il biglietto, vado a trovare il sangue del mio sangue e…a chiedere spiegazioni.
La strada scorre con le colline, non ascolto il traffico e la sua follia, mi abbuffo di luce e ripenso alla povera …, i nostri baci, la sua stretta che non lasciava respirare, ma anche …, chissà che fine ha fatto e se ha trovato pace, se l’immagine che ho di lei è cambiata o se non è più, come tutto il resto.
C’è un paese in festa, i bambini sciamano per le vie in un’inondazione, bancarelle, cose inutili e tanto belle che me le metterei in tasca, musica, vecchi seduti, o lenti per fermare il tempo.
C’è una bimba sulla giostra, la riconosco immediatamente, non può essere, somiglia tanto alla mia bisnipote adorata, ma è troppo cresciuta, stride e ride con le amichette, mi rapisce e annoda la gola. I suoi genitori la tengono d’occhio compiaciuti, non ho dubbi, ma mi manca il coraggio per abbracciarli, mi basta vederli vivi, un po’ apprensivi, temo di essere tratto in inganno e resto in un canto a godere di quella visione serena.
Niente è vano, ho imparato abbastanza, la guerra, il campo, il ritorno, ed ero troppo giovane per capire. Non bastano gli sbagli altrui a formare un uomo, sono di gran lunga più efficaci i nostri.
Passeggio soddisfatto fino alla fine, quando le luci spuntano repentine su una estensione eterea di fiori imprigionati, fuori dal centro, dove la terra sfiora con discrezione le stelle e il mistero silenzioso.
E rendo grazie alla verità del sogno, il caso, il riposo provvisorio dentro questo letto di legno.

“Dove sei stato?”
“Ho dato un’occhiata”
“E cosa c’era?”
“C’erano tutti, e stanno tutti bene: la nostra stanza è sempre pulita e abbondantemente illuminata dalle finestre dei loro occhi stupiti e incantevoli”
“Buonanotte. Tu ed io per sempre”

“Fino a quando saremo ospiti graditi della mente” –

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