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Casa

novembre 2, 2011

Era adagiata indolente sul fianco destro della vecchia stazione ferroviaria, divisa da quest’ultima da un breve stacco incolto; dalla parte opposta, incastonata nello stesso edificio, c’era l’antica officina “…” che aveva una vetusta insegna traballante sul terrazzo in mattoni rossi rossi al vertice della casa.

Sulla facciata c’era l’ingresso che vi abbracciava con due bianche scalinate di marmo ingiallito, poroso e levigato d’usura; il portone aveva una vetrata scura e le finestre che ascendevano verticali ai due lati sembravano incapaci di riflettere la luce del giorno, alcune avevano il vetro rotto o scheggiato e in ogni buco una tela ragna sembrava metterci una pezza.

Entrai nella hall, polvere e penombra, isolato dal cielo e dal mondo, dinanzi a me una porta chiara e due ali di gradini che scendevano non troppo al di sotto del livello del pavimento in granito nero e terminavano su due usci, bagni esattamente simmetrici, tutto sommato d’aspetto tipicamente anni ottanta fine settanta, come del resto tutto l’arredo.

Osservai circospetto il grande lampadario di cristallo che mi pendeva sul capo e tastai con mano una tensione sconosciuta che mi fece rabbrividire in tutto il corpo.

Non potevo sapere cos’avessero visto o assorbito quei muri spessi, quale segreto si celava in ogni stanza affacciata di fronte alla sua gemella su ciascuno dei tre pianerottoli.

Erano supposizioni perché ancora restavo immobile, feci un passo e penetrai in uno studio con un lungo tavolo in mogano, silenzio mausoleo, utero pietroso, cieco.

Salendo visitai con cautela ogni interno, un solo occhio guardava fuori, ma l’immagine che mi restituiva il cervello sembrava non corrispondere alla realtà che cingeva d’assedio il palazzo.

Continuai a salire col sospetto di aver già superato i tre piani esistenti, ma non ne vedevo la fine.

Sentii una sorta di tepore e le scarpe mi diedero l’impressione di un fondo sabbioso.

Sfiorai con ribrezzo una parete e fu come accarezzare pelle liscia, calda e traspirante.

Provai a respingere un conato e la mente per una frazione dimenticò.

Accettai la necessità di spogliarmi e seminai lungo il cammino abiti fradici di sudore.

Tutto girava, una nebbia mi avvolgeva e captai un senso di protezione.

Le stagioni continuano ad alternarsi, ed io resto in ascolto sotto l’intonaco, c’è una pace originale, stelle e galassie attraversano senza mistero i miei pensieri.

C’è una scintilla presente nella sostanza delle cose inanimate, il caso, la vita, o la distanza di sicurezza dalle idiozie che alimentano l’umana pira: religioni, dottrine, superstizioni.

Sentirsi a casa, sentirsi casa, dilatare l’anima fino ad offuscare l’arcata celeste.

E lasciare la porta aperta ai prossimi viandanti –

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8 commenti
  1. Si respira l’odore, l’attesa oltre la soglia di stanze inesplorate, la paura spoglia la pelle bagnata, a tratti il ribrezzo trattenuto, trovare un ricordo negli oggetti scrutati, come un senso di quiete quando s’ identifica l’ombra… inglobando forse se stessi dentro le mura, lasciando fuori le atrocità della vita. Bellissimo!

    • Concordo in toto con la tua osservazione, a parte un significato di fondo che probabilmente non hai colto: la casa, come abitazione in cemento e mattoni, come corpo, come anima che ci tiene “al riparo” dal mistero/abisso universale…essenzialmente il senso è questo..ma il sentimento che ci lega al “di fuori” è incosciente, il germe che pianta radici nel caos e in fertile nulla, terreno del “tutto è possibile”, bene, male, gesta d’estremo benessere/amore e crimini efferati: la casa non esiste, l’edificio è solo una o più soglie senza necessità di coraggio, per attraversarle.

      I muri possono respirare.

      “C’è una scintilla presente nella sostanza delle cose inanimate”

  2. eglepiediscalzi permalink

    …lasciare la porta aperta…sentirsi soglia e lasciarsi attraversare.

    • Cara Egle, esattamente come ho scritto sopra, tu scrivi e confermi.
      Porte schiuse a molteplici manifestazioni, ai sensi, di qualsiasi natura_
      Ti ringrazio.

  3. Buongiorno Marco, Le pareti dell’Anima hanno ricordi incancellabili,
    la sua porta girevole, lascia andare via per sempre o ci accoglie di nuovo.

    Lieta giornata
    Gina

    ps
    Sei molto particolare nel Tuo scrivere
    Bravo

    • Se i ricordi non si cancellano, cadono nell’oblio…sono presenti lungo il percorso, silenziosi, concedono voce a gesta inspiegabili…un po’ come pungersi accarezzando fiori, senza sapere se le spine sono fuori, o dentro.
      Grazie Gina_

  4. Quelle porte aperte una alla volta diventano come un aprire se stessi ad ogni emozione e sensazione, senza dover trattenere più nulla con il rischio di lasciarlo ammuffire dal tempo.
    Pat

  5. Potrebbe essere un rischio “aprire sè stessi ad ogni emozione e sensazione”…un errore senza ritorno, una debolezza, un pianto eterno…ma se penso a quell’emozione/sensazione, bè…potrebbe essere la prospettiva più gradevole.
    Ti ringrazio_

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