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Finestra d’Incertezza

settembre 25, 2011

Una volta sapevo guardare il sole dritto negli occhi, mi vantavo nel bar del porto con altri marinai, pensieri che prendono il mare e non si trovano più.

Camminavo spavaldo e me lo sentivo duro senza impedimenti, la spiaggia mi raschiava la gola di sigarette e profumo di donna, come se il tempo fosse sempre un lusso da perdere.

E guidavo mentre la neve si scioglieva in azzurro, ma le fioriture erano ancora di là da venire, contavo i bicchieri e le ore da scopare, pregustando la quiete dell’abbraccio compiaciuto.

La passeggiata solitaria è sempre la medesima, sotto braccio al corpo e i suoi insistenti mutamenti, finchè ai polmoni viene noia e si respira assai meglio la terra.

Un lento non è diverso da un oltraggio in tenera età, e la creatività non cresce fra i capelli.

Stupido lavoratore in pausa, la tua manualità non serve a migliorare, ma a trascinare  sogni lungo il giorno come cadaveri sottratti all’abominio temporale, sangue e denti.

I treni del mattino presto proclamano il disgelo dell’ospedale, avere il tuo odore addosso è un privilegio d’epistassi.

Non ho ancora finito di spidocchiarmi queste punte a trapano concentrico che bramano impudiche il petrolio denso di speculazioni lasciate a macerare in strati pressati.

Ho abortito visioni d’angoscia aggrappate a cancelli d’oro arrugginito, persecuzioni e passive aggressioni in arene pullulanti visi a svoltare sotto unghie che smarriscono cellule inutili.

Giaciglio centrato nella polpa di latifondi sterili, vapore plumbeo che uno scambio d’ossigeno è insufficiente a mondare lo schifo, lamiere, e tutto il grave a contare fughe sul viscido.

Intento a non averne.
Sintetizzato l’imposizione del senso artificiale.
Conato d’abbondanza e superfluo.

Oppormi all’estinzione è misericordia nei confronti di chi si aspetta un gesto concreto da parte mia, è la patetica resistenza d’un fiore infine strappato dalla procella.

Dimenticare –

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11 commenti
  1. tizianatius permalink

    Percorrere strade che portano e si interrompono poi, quasi per caso quasi nel nulla, e scartocciare pensieri, diviene un gesto che segna.
    Un saluto Tiziana

    • Un percorso interrotto/sequenziale, estrazione indiscriminata di tele dipinte a colori pulsanti, mosaico mai compromesso dalla mancanza di tasselli, sostanziale passione oltre definizione.

      Grazie Tiziana

  2. eglepiediscalzi permalink

    Resistere e poi lasciarsi andare…
    egle

  3. è chiudere gli occhi.
    e andare

  4. Andare, migrare, spasmi disordinati sulla rete.
    Sorriso amaro, sottile affilato del demiurgo.
    Impensabile stupire, labbra nere.
    Cogliere frutti, allorchè ne sugge dolcezza
    sono corrotti –

  5. Percorsi di vita dentro consuetudini, memorie di sè, mentre oggi ogni gesto sembra privo do senso anche quello più funzionale e strumentale.E così quest’uomo si scortica l’anima per far riaffiorare quelle sensazioni che appartengono all’età in cui tutto sembra possibile, in cui il corpo vibra: l’età dei desideri irrefrenabili, della voglia mordace di vita. L’età in cui si offrono le narici al vento ed ogni profumo si fà libidine di sensi. Ciao, Marco, grazie del passaggio da me. ti leggo volentieri.

    • ..il problema non è questa ricerca “archeologica” che ricalca il percorso, passatempo per mente obsoleta, indulgenza verso sè stessi e oggettivamente nei confronti delle scintille lasciate andare a schiantarsi più o meno in lontananza..quanto rendere “attuali” sensazioni che difficilmente si adattano a una qualsiasi forma di replica..
      “Scorticare l’anima” sfuma nelle abitudini prima, e nell’indifferenza poi, non tanto per la vanità di tale attitudine, quanto per una necessità di rassegnazione, non una fine, bensì un novello principio, una linea su cui danzare fuoco giocondo, un viso somigliante ai nostri anni, in una parola “creatività”.

      Grazie Anna.
      Apprezzo il tuo pensiero e la sua espressione artistica –

  6. Nella prima parte, non a caso usi l’imperfetto :”Una volta sapevo guardare il sole ,”camminavo spavaldo”,”guidavo mentre la neve si scioglieva in azzurro”. Questo è il tempo della nostalgia, delle cose vissute con altro impeto. Poi il presente incalza: i gesti sono gli stessi, quelli di sempre, ma sei tu che sei cambiato. E se prima opponevi resistenza all’ovvietà con tutti i sensi aperti a scardinare, sconfessare tesi, principi, valori, ragioni di altri che non sentivi tue, perchè tua era solo l’urgenza di vivere, la fame di sensazioni forti…,ora, abbracciato al tuo corpo che ha subito i mutamenti del tempo, anche la tua anima si confà all’oltraggio dello stesso che passa inesorabile e opporsi è come dici tu patetica resistenza,così come un fiore che alla fine viene strappato dal vento impetuoso. Ed è non senso. Non senso di se per l’uomo che resiste e si oppone al proprio destino invece di trasformare i ricordi in linfa nuova per nutrire gesti di creatività. L’assimoro “conosce la direzione chi si lascia portare” ha in sè un ‘unica verità che è quella di lasciarsi portare verso un dove che è l’unico possibile e che alla fine sarà per tutti uguale. Certo ai tempi in cui guardavi il sole negli occhi eri tu ad andare incontro alle cose e mai ti saresti lasciato condurre, proprio come un cavallo che scalpita assetato di libertà.
    Grazie a te, Marco!

  7. Maria Raffaella Rossi permalink

    Marco, molto laconici i tuoi scritti, perciò veri. Mi piacciono.
    Ho letto poco, ci vuole un pò di tempo per leggere il tutto.
    Saluti!

  8. Cara Maria, innanzi tutto, grazie.
    Ho ricercato il significato del termine “laconico”. Non posso che essere coerente con la tua definizione, e aggiungo che le parole sono sempre troppe, necessarie e inoffensive.
    Da quando cerco di tradurre pensieri e stati d’animo, ho sempre provato a dipingerli su inchiostro, e a mano a mano, credo non sia possibile, se non per pallidi riferimenti.
    Pensavo fosse terapeutico, ma ora non sono convinto, o resterei del tutto inerme.
    E’ un movimento, perciò passibile di perdere o trovare, soprattutto da parte del lettore.

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