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Tre Risvegli

settembre 8, 2011

Sembrava un’esistenza con troppe possibilità. Così rimuginavo quasi vent’anni fa nel mio letto d’estate, che se non avessi ottenuto ciò che desideravo, di tempo ce n’era anche troppo.
La stanchezza giovane muore in fretta, e si poteva sgambettare ancora, senza ricordare, con entusiasmo, inutilmente.
Si passavano i meriggi di luglio in collina, a bagnare col sudore i campi di foraggio reciso, dimenticavo la sete, e il forcone colmava instancabile il carro di balle, mentre s’inerpicava indolente sul pendio.
Pensavo alle feste di paese, al sottile odore di letame che ci restava abbarbicato ai vestiti, mentre seguivamo in branco i capannelli di ragazzine coi seni già gonfi di primavera rubata, per poco, e pure irraggiungibili come angeli a tormentarci i sogni e le notti da dannarci solo a respirarne il profumo.
Ci passavamo una birra in dieci e ci lasciavamo andare a sconcezze al loro indirizzo, tanto per farci disprezzare e sentirci uomini, finchè non riuscivano a seminarci e si restava fra noi nella saletta del bar a fare il resoconto di chi aveva incrociato uno sguardo o intuito un pensiero malizioso.

Risvegliato più vecchio, la pianura distesa nella foschia satura di gas scorreva come un film dal finestrino, la carrozza cigolava e mi coprivo a malapena con quattro stracci, ad ogni colpo di tosse il corpo si scuoteva e ogni dolore reclamava attenzione.
Affatto riposato scesi alla stazione, la gente brulicava immersa in faccende più importanti, e non si curava d’urtarsi fra loro, la guancia adagiata sul ricetrasmettitore, occhi di vetro, si trattava d’eseguire ordini.
Non provai a interagire, era proibito dalla legge al di fuori degli ambienti privati, ogni stanza era cosparsa di microfoni collegati alla sede centrale del governo che partecipava attivamente alla vita dei cittadini preservandoli da qualsiasi reato.
Restare in silenzio non mi recava disagio, con una tessera assegnata alle classi indigenti mi fu consegnato da un distributore automatico il mio pasto quotidiano, resi grazie, consumai e lentamente m’incamminai alla fermata per salire su un altro mezzo e dormire qualche ora in un ambiente riscaldato.

Anni addietro filtrava un timido raggio dalle persiane. Sentivo confusa la voce della mia bambina che dialogava col dolce tepore primaverile. Una donna mi giaceva accanto, di spalle, immobile.
Mi levai imprecando, ero in ritardo al lavoro, pensai a tutte le piccole cose che dipendevano da me nelle successive ventiquattr’ore e sentii il disgusto che come una nausea m’impedì di sorseggiare il primo caffè, girai la chiave e raggiunsi la pompa della benzina: un altro aumento.
In ufficio la situazione non era migliore e si sprecavano fastidio e insoddisfazione.
All’ora di cena finalmente accennammo un sorriso fra labbra di rosso, ci scambiammo impressioni sulla giornata trascorsa e sul futuro immediato, mentre sentivamo che il tenore scendeva, cresceva la rabbia e parole graffiavano prima di nascondersi nuovamente dove nessuno può più udirle.
Ogni famiglia gode d’una sua peculiare felicità, probabilmente la nostra non si poteva annoverare al significato più diffuso del termine, ma se resistenza è gioia, non potevamo avere di che lamentarci –

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4 commenti
  1. Scene racchiuse dentro momenti di vita.
    Mi piace
    Ombre

  2. Tre “estratti di vita” casuali, un presente, un passato e un futuro, o possibilità, quel che potrebbe essere, logica conseguenza o desiderio inconscio contro ogni avversa felicità, nel senso più abusato del termine, una stabile situazione di precarietà, un modo come un altro per non rassegnarci a un ruolo assegnato da terzi.
    Rimpianto d’innocenza, inettitudine contemporanea, presentimenti di conclusioni.
    Fisica matematica, reazioni chimiche d’imperfetto, notte incombente.
    Con certezza di stelle. Non è poco.
    Grazie, Ombre –

    • STREGA permalink

      I tuoi “presentimenti di conclusioni” non sono molto colorati e se il tuo primo risveglio è così luminoso, non puoi svegliarti in un futuro così buio…

  3. Ogni risveglio è luminoso perchè le tenebre non sussistono nel sogno vischioso che accompagna come una carezzevole cortina il rifiuto della realtà, e se la realtà esiste, non esiste sognare –
    Ti ringrazio.

    M.

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