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Guardrail con Vista

agosto 18, 2011

Mi levo alle otto del mattino. Non è presto, ma se restavo senza far nulla mi piaceva svegliarmi all’ora di pranzo, per giungere a sera nel minor tempo possibile.

Non tollero più repliche di sogni riciclati da esistenze vuote.

È una stagione senza mezze misure, questa, di roghi sulle alture della memoria.

Colazione con poco, preparo il necessario e giro la chiave.

Non posso aspirare alla serenità, ma la superstrada è un aiuto non trascurabile.

Ho deciso di raggiungere l’Appennino dal cortile di dietro, trovare un luogo dove fermarmi per i giorni a venire, gustare con la bocca e ascoltare il discreto frusciare delle fronde.

Conosco ogni buca sul manto, ma non è sempre sufficiente a evitare novità, supero i grossi mezzi di trasporto e non li temo nonostante la corsia ridotta.

Mi concentro alla guida, il sole picchia duro laterale, la terra comincia a lievitare e gli alberi infittiscono. Non so se l’aria è cambiata o se il petto difetta di elasticità.

Superando punti critici e gallerie, passo oltre e sbocco dove il tragitto viola nel vivo il verde, rocce mezze scoperte che impudiche fanno capolino dalla vegetazione iridescente.

Rallento disorientato e sosto alcuni minuti, un paese innominato sdraiato lungo il suo corso d’acqua, palazzi squadrati e tetti aguzzi, una signora prodiga d’informazioni m’illumina, la ringrazio automatico e riparto, alla rotonda a sinistra.

Il passo è incontaminato, s’attorciglia, ma non è mai brusco, ho la tentazione di chiedere conferma, poi mi lascio alle spalle due contadini intenti alle faccende di un campo che spezza l’omogeneità della foresta, la pelle s’asciuga.

Finalmente un agglomerato di case, una piazzetta, il bar, la bottega. Qualche anziano discorre di lavoro a cottimo e dei poderi lassù, un giovane spavaldo irrompe nel crocchio e fa valere le sue ragioni, qualcuno lo guarda ironico e lo lascia a sfogarsi, passa una donna, gli fa un cenno di saluto con la mano e scompare dietro un vicolo.

Compro qualcosa da mangiare, non ho pensieri e soffoco parole casuali in gola.

M’incammino lungo una mulattiera oltre un arco che pare un giocattolo, avanti e indietro trattori col carro carico di legna, profumo di camini, e il trimestre che finge di morire non è così distante.

Da una parete di sassi un getto dimesso dalla calura si lancia in una pozza nera, alcuni mocciosi gridano e si tuffano, altri s’arrampicano e restano a osservare dall’alto, ritti sugli scalini, le ossa nervose e le scapole in evidenza.

La salita è delicata e non mi costa fatica, un cielo azzurro da non potersi descrivere, il sentiero come una scorciatoia per la luna, una brezza scuote il panorama, in armonia con la rotazione terrestre, non scalfisce la mia commozione.

Scostando il sottobosco, si spalanca un torrente brillante, trasparente, mi accomodo sul ciglio, spezzo il pane e ragiono di lupi, cinghiali e le altre meraviglie in agguato nel giardino.

Consumato il pasto, rollo una sigaretta e distendo i muscoli dimenticati sull’erba –

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7 commenti
  1. mistral permalink

    Scene di un viaggio in cui la natura e la tua sensilità ti fanno da
    supporto

    Sei proprio bravo Marco
    Un salutone da
    Mistral (ombreflessuose).

  2. Quando oggettivo e soggettivo sono in sintonia e si completano a vicenda non c’è bisogno d’altro.

    Grazie Mistral.

  3. tizianatius permalink

    “Compro qualcosa da mangiare, non ho pensieri e soffoco parole casuali in gola.”

    Mai abbandonate le metafore che segnano il passo lungo questo percorso così piacevole alla lettura,
    un sorriso Marco

  4. La natura è riflesso incondizionato dei nostri stati d’animo.
    Quando si lascia la mente libera di accarezzare il mondo circostante molti pesi s’alleggeriscono e la perdita di tempo diventa raccoglimento, qualcosa di salutare.
    Abbiamo bisogno d’essere dimenticati, da noi stessi e dal prossimo. Talvolta.

    Grazie Tizianatius –

  5. è una stagione senza mezze misure, mai fu detta cosa più vera.

  6. Un tempo che spinge alla fuga, lontano da speculazioni e ritratti definitivi.
    Il tempo è relativo, la pelle può attraversare secoli in pochi giorni.
    E si può fiorire come pioggia sul deserto, o restare in attesa come le macerie dei monumenti.
    Grazie, lameteora –

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