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Cronaca Ciclista

maggio 15, 2011

Non sono un ciclista. Mai stato. Però ricordo un mattino, tanti anni fa, quando il più vecchio del quartiere, il più esperto, con la Bianchi verde, ci organizzò una gara sui colli, e noi tutti dietro.
Da allora ne ho fatta di strada, inutilmente, tanti paesaggi, fatica, caldo e sudore, da solo, qualche volta in compagnia.
Non possiedo una bicicletta da corsa, ma una mountain-bike, che non mi piace il nome, preferisco ammirarla in tutta la sua agile semplicità, i triangoli, i cerchi, la vernice metallizzata, senza graffi possibilmente, addomesticarla, sentirla come il modo più geniale ed economico per volare senza toccare asfalto coi piedi.
C’è un giorno preciso, quando l’aria è irrespirabile e il cielo opaco d’umidità, il momento giusto, vecchie scarpe da ginnastica, una maglietta e un pantaloncino vissuto, occhiali antinfortunistici acquistati in ferramenta, borraccia vuota per diminuire la zavorra.
Mi lascio il cancello alle spalle con uno slancio contenuto, proposito mal celato di risparmiare energie per fasi critiche, è fantasticare sulle proprie possibilità, ogni anno che passa la bella stagione comincia sempre peggio, ma la pazienza è inversamente proporzionale alla forma fisica e c’è solo da guadagnare, chiaramente fino al momento in cui non ci saranno scuse nei confronti d’inderogabile decadenza.
È come un ipotetico destriero, parlo a pensieri rivolto al manubrio, sarà una gran cavalcata, il tempo ha consolidato la nostra unione, non ci sono paragoni a un’amicizia, una donna, la stessa idea di fedeltà.
Il panorama, smeraldo scintillante straripa dagli occhi, un sole accecante o un aereo che decolla fan girare la testa e l’equilibrio ne risente.
Alla prima variazione di livello, dalla discesa le gambe spingono con vigore e si risale trionfali, il riscaldamento è terminato e l’etere a disposizione non di meno.
L’abitudine a moto e automobile ha viziato la vista e non è semplice impostare l’orecchio per captare ad ogni incrocio o cambio di corsia il rombo di un veicolo che incede senza tanti complimenti.
La prima salita porta via con sé l’illusione di avere un respiro a completa disposizione, le cosce reclamano e i bronchi non sanno come fronteggiare il primo allarme, cerco di tenere chiusa la bocca per non aumentare il disagio, il calore sale, il pedale si fa meccanicamente soffice e resto in attesa di un miglioramento.
Lentamente lo sforzo raggiunge la sua regolarità, mi adatto alla situazione e rallento prima della rottura, cominciano ad emergere memorie da intrattenimento, un metro via l’altro, comparazioni nel corso delle epoche, una canzone, un idioma passato o recente, un progetto e una delusione.
Ognuno sta operando senza intralciare l’altrui ruolo, il corpo trasuda e tratta al mercato dell’ossigeno con polmoni asmatici, il cervello è un mantice e soffia sul braciere alimentando aspirazioni o deprime il sistema con repentini ribassi.
Ogni volta che raggiungo lo strappo vorrei arrendermi e tornare indietro.
Non c’è modo, so che posso farcela, ma è del tutto distante dalla soddisfazione, vorrei possedere quello scatto, un’intesa perfetta, riemergo al piano con silenziosa rassegnazione, è andata, d’ora in poi potrò dedicarmi a sensi, mente e fantasie.
La discesa è fine a sé stessa, caduta guidata, un tuffo atmosferico di collettivo piacere cellulare.
L’ora dei freni, li accarezzo come strumenti armoniosi, sono sicurezza, anestetici di un timore prevalentemente infondato, la rottura del telaio, ossa spezzate, sangue e incoscienza.
Attraversando la città emetto i primi suoni, qualche parola sussurrata, un ritornello casuale, femmine che passeggiano sul ciglio, e sto bene, sono arrivato a destinazione, torno a casa.
Vie dense di odori, profumi, pietanze per la cena, presenze, voci indistinte, finchè i fumi delle marmitte non hanno la meglio e mi rifugio in ricordi più graditi, l’affaticamento s’è fatto sete e faccio i conti con la prossima uscita, il clima favorevole, la direzione del vento, un vago senso di libertà –

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From → racconto

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