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ViaggioB

aprile 8, 2011

Non stiamo a quantificare la noia che può suscitare su un osservatore esterno il giorno qualsiasi di un individuo anonimo.

Ci si abitua a tutto, ma è più semplice se restiamo al riparo, in disparte.

Le grandi città pullulano di persone prudenti, meschine se l’apice della loro ribellione è agire al buio, fra pareti impenetrabili di notti senza luna, o lungo strade distanti da sguardi e memoria.

Esistenza semplice, fatta di vizi e comodità, che se da una parte tengono alla larga i mali peggiori, dall’altra creano monumenti alla nebbia, incapacità a mostrare il meglio di sé stessi, aspirare a un bene superiore.

In stazione, con l’analgesico che entra in circolo, dopo poche ore di sonno e tanti bicchieri in rapida sequenza, e dimenticavo la destinazione.

Presi il treno quando caldo era freddo e il suo contrario.

Non sapevo se e quando partire, ma l’aria era sorridente, m’assopivo sul sedile, diversamente ristoratore questo riposo, contaminato da deviazioni e somme di fasi, al risveglio non ero nuovo e lo scatto naturale si dimostrava nell’assenza, dal momento che ne avevo necessità.

Ora che il tempo era poco in quanto prevedibile, mi potevo concedere di osservare la gente, ascoltare gl’idiomi, associare indolente odori e profumi a registrazioni più o meno recenti.

Sembravano grigio omogeneo, qua e là una nota di dolore, chi l’aveva presa bene e l’immancabile spontaneità dei ragazzini, con una grancassa di risate sguaiate, vociare irriverente e giocondo. Bello.

Da una fermata all’altra, fino a Bologna, il suo aroma prima, poi lei, insolitamente accogliente, come se m’avesse perdonato mal celata indifferenza, sopraffatta dal desiderio di stringermi ancora fra i suoi vicoli, adagiati su un cuore troppo grande per nascondersi.

Dovevo trovare un posto per mangiare, deformato da un costume borghese di cera sciolta, combattuto fra attesa e voglia di espandermi su tutto quel che non ricordavo.

Camminavo e rollavo una sigaretta, come se fosse facile replicare scene sfuggite di mano e tutto come allora, stessa luce, facce, fumi e vetrine, affaticato, con i pantaloni che scendevano, impacciato a cercare un buco nella cintura che stesse esattamente fra quello prima e il successivo.

Piazza Maggiore, gli sbirri con le camionette in assetto antisommossa, mi davo importanza credendo d’essere osservato, a cosa servivano, calpestai il tallone a una ragazza per attraversare a un semaforo, scusa la sua reazione, e avanti indietro, osterie centro interno, ma quel luogo era scomparso, preso sotto braccio, povero idiota, continuavo a indossare e togliere la giacca, sudato, chissà i capelli, e finire a un McD, che disonore, con i cessi che potevi entrare solo con un codice sullo scontrino.

Ero completamente disgustato, disturbato da cellulare e impotenza. Il codice non funzionava.

Tornato a galla da un’uscita secondaria, dentro al palazzo dei dischi non rammentai se c’ero stato e con chi, non si respirava, non riuscivo a concentrare l’attenzione su una copertina, una scritta, i titoli sfilavano fra dita sabbiose e impressionavano vagamente strati superficiali della corteccia.

Medesima resa in libreria, un solo volume aveva attirato i sensi, esposto nella galleria appena fuori dalla ferrovia e mi restò in mente sovrapponendosi ad ogni altro stimolo.

Decisi di lasciarmi andare e finalmente vagavo senza meta, dal quartiere universitario, respirando vapori maleodoranti sollevati dalla calura, vagabondi e cani, a gambe incrociate sulla piazzetta, si godevano la luce e parlavano intensi sbriciolando fumo, ai kebab, piccoli negozi, macellerie con carne mummificata al banco, botteghe acquattate sotto i portici in penombra, tanto da bere e finii per perdermi.

Chiesi dove mi trovavo, la signora volse il capo e tirò dritto, fascista le gridai, o almeno pensai che paura e diffidenza avessero quel nome.

Di qua non si può andare, non sapevo, o avevo certezza che l’unico elemento comune al passato era un sentimento rivolto al prossimo, impossibile da definire, loro da una parte, io all’opposto.

Il mercato a valle e quello sulla Montagnola, legati alla stessa pesante pietra, visione surreale e pacifica, gl’immigrati sdraiati sul prato, per non consumare energie chiaramente, i peggiori erano scomparsi, arrestati, barricati in pessime stanze, splendida facciata, questa, moribondi e malati. Meglio di così non poteva andare, solo cronaca, nient’altro.

La libraia era sempre lei, sfigurata in un frammento di ricordo.

Volevo solo tornare e dov’ero non era diverso, solo, la pazienza aveva vinto su lunghe attese.

Tu sai perdermi come so esistere.

Ciao

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From → racconti

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